Manuali di scrittura creativa: un’eccezione – John Cassavetes

 

Facciamolo subito. Ecco un’eccezione ai ‘classici manuali per la scrittura creativa’.

Esiste un libro, edito dalla Minimum Fax, dal titolo John Cassavetes. Un’autobiografia postuma. Si tratta del testo più denso, ricco, complesso ed eclatante riguardante il cinema (ma anche l’arte in generale) che io abbia mai letto e, per esteso – si tratta del libro più bello riguardante l’essere umano che mi sia mai capitato tra le mani. Sostituisce per me manuali di psicologia, di cinema, di sociologia e di tecnica fotografica.

Raccontare una storia per raccontare se stessi

Uno vuole raccontare una storia, ma per farlo deve raccontare le persone, ma in fondo uno scrittore o un regista vuole raccontare altre persone per raccontare se stesso. Ma uno che non si conosce veramente non riesce a raccontare sé stesso figuriamoci se riesce a raccontarsi attraverso altre persone. Dunque la storia gli viene male. A Cassavetes nessuna storia è venuta male, perché lui conosceva benissimo se stesso e quello che non sapeva di se stesso l’ha imparato attraverso i suoi film. È stato un processo circolare.

Hai la sensazione di non essere mai solo

Quello che mi ha sempre commosso di questo libro è che per Cassavetes la tecnica non contava nulla si per sé. Era solo lo strumento con il quale avvicinarsi ai suoi attori e quindi, per esteso, all’uomo. Ecco ad esempio come Cassavetes spiega l’uso che fa del teleobiettivo.

La troupe ci faceva diventare matti. Noi stavamo improvvisando, e quelli correvano lì e segnavano le posizioni col gesso (…) Dove sei? Voglio dire, vorresti essere morto. Hai la sensazione di non essere mai veramente solo, e invece è così che vogliono sentirsi gli attori. Per questo preferisco usare obiettivi con la focale lunga ogni volta che posso (…).

Il talento è solo uno strumento

Questa considerazione mi ha sempre fatto pensare a quella sicuramente più famosa di David Foster Wallace sulla creatività. Entrambe le citazioni hanno a che fare con il concetto del dare. È un po’ lunga, ma vale da pena non separare la frase che mi interessa dal resto.

Ho scoperto che la disciplina più difficile nella scrittura è cercare di partecipare al gioco senza lasciarsi sopraffare dall’insicurezza, dalla vanità e dall’egocentrismo. Mostrare al lettore che si è brillanti, spiritosi, pieni di talento e così via, cercare di piacere, sono cose che, anche lasciando da parte la questione dell’onestà, non hanno abbastanza calorie motivazionali per sostenere uno scrittore molto a lungo. Devi disciplinarti e imparare a dar voce solo alla parte di te che ama le cose che scrivi, che ama il testo a cui stai lavorando. Che ama e basta, forse. Il talento è solo uno strumento. È come avere una penna che scrive invece di una che non scrive. Non sto dicendo che riesco costantemente a rimanere fedele a questi principi quando scrivo, ma mi sembra che la grossa distinzione fra grande arte e arte mediocre si nasconda nello scopo da cui è mosso il cuore di quell’arte, nei fini che si è proposta la coscienza che sta dietro il testo. Ha qualcosa a che fare con l’amore. Con la disciplina che ti permette di far parlare la parte di te che ama, invece che quella che vuole soltanto essere amata.

Quello che ho capito

Quello che ho capito leggendo l’autobiografia di Cassavetes, ma sopratutto rileggendola è: non importa quanto tu desideri creare un’opera d’arte, se non ti importa davvero delle persone non sarà mai abbastanza bella.

Husbands

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