il maschilismo orecchiabile

“Il maschilismo orecchiabile”: 50 anni d’amore per le canzoni sessiste

Domani inizia il Festival di Sanremo. È lo spettacolo popolare per eccellenza, quello cui tutti assistiamo anche senza volere. E le canzoni che ascoltiamo le cantiamo? Spesso. Ci piacciono? Qualche volta. Di più a ogni nuovo ascolto, avete fatto caso a questo fenomeno? Ma le abbiamo mai veramente lette e capite? E non parliamo solo delle canzoni di Sanremo, ma di tutta la musica leggera italiana dal ’50 agli anni 2000, l’abbiamo mai ascoltata con attenzione? Lo ha fatto per noi Riccardo Burgazzi, analizzando centinaia di canzoni italiane sulla base di un preciso punto di vista: all’evidente e accattivante orecchiabilità di centinaia di brani ha aggiunto l’altrettanto evidente maschilismo di moltissimi testi. Il libro in cui ne parla è “Il maschilismo orecchiabile. Mezzo secolo di sessismo nella musica leggera italiana”.

Sono solo canzon… no.

Chi dice “sono solo canzonette” fa un torto alla musica leggera italiana. Ha segnato epoche, storie private e collettive, ha fatto nascere figure indimenticabili e perdere voci importanti (si pensi a Luigi Tenco…).  Come dice Carlotta Cossutta nella prefazione al libro:

“Le canzonette contribuiscono a questo tipo di dominio perché naturalizzano e rendono orecchiabili dei rapporti di potere che sono il risultato di forme di violenza e che allo stesso tempo le riproducono.”

È con piglio filologico che Burgazzi si fa avanti e instaura un dialogo con le canzoni che hanno segnato la storia dei nostri nonni, prima, e dei nostri genitori, poi, per arrivare fino a noi. Ne risulta una visione della donna che rispecchia in modo coerente la struttura patriarcale di una certa epoca, visione che pare non cambiare granché – purtroppo – alle soglie del nuovo millennio. 

Uomo vede donna/uomo vede se stesso

Nella sua disamina Burgazzi parte dapprima dalla concezione di “un certo tipo di donna”, una visione trasversale, che attraversa tutto il periodo esaminato: la donna è angelo, ammaliatrice, immobile e fedifraga; all’ossessione per “un certo tipo di donna” – sempre a partire dallo sguardo dell’uomo – si alterna una visione di “un certo tipo di uomo”. Si tratta della visione che l’uomo ha di se stesso, nel momento in cui si trova nella scomoda posizione di una storia d’amore. La donna è sempre in secondo piano. È l’uomo il soggetto: nel primo caso come soggetto che guarda, nel secondo come soggetto della sofferenza. In questo secondo momento (non storico, ma tematico), Burgazzi va ad analizzare cosa l’uomo prova nelle diverse occasioni della relazione: se lui lascia lei, se lui è un tipo tremendo, se lui è uno stalker, se lui sa tutto su come si tratta una donna, e poco male se a volte deve essere un po’ brusco (SPOILER: non è mai colpa sua).

L’origine del maschilismo

Diciamocelo chiaramente, toccando il tasto dolente delle quote rosa anche in campo musicale: se sono di più gli uomini che cantano, cantano delle donne e se lo fanno raccontano il loro punto di vista, non c’è molto da fare. Quindi occhi puntati sulle donne, ma loro zitte. È un’abitudine degli anni ‘50? Burgazzi ci dice di no. Pare proprio che Petrarca e Raf non siano poi così distanti. Il primo, con la sua ossessione per la bella Laura, ne decantava le grazie come donna-modello da odorare. E Raf, dal canto suo, canta: “Che da sempre è stata nei sogni miei/E tutto quanto il mondo intorno è più blu/Non c’è neanche una salita se ci sei tu/Tu che sei la perfezione per fortuna che ci sei.”(Non credevo di esserne capace, ma l’ho scritta a memoria, nel caso servisse la controprova di quanto l’’orecchiabilità’ ci fornisca di poteri di cui non eravamo nemmeno a conoscenza).

Da donna angelo a uomo stalker

La donna angelo così creata (la crea l’uomo, naturalmente) è guardata, osservata, persino amata, va bene. E lei? Che dice? Niente. Sta lì, si fa osservare, spesso in controluce, passa e se ne va, intoccabileSi passa poi a un classico intramontabile: la donna tentatrice: “Il pericolo numero uno, la donna!” cantava Claudio Villa nel 1957 (a Sanremo, appunto, e non alla fiera del caciocavallo di Roccasecca, ma di questo parleremo poi). La donna è l’attivatore di un certo comportamento, è lei che provoca, anche se non si muove, se non fa niente, e non ha detto ancora nemmeno una parola. Dice Burgazzi:

“Basti pensare che è a causa della bellezza di Elena se si è scatenata la guerra di Troia; e non fa niente se lei non fece assolutamente nulla per provocarla, ma fu semmai trattata come un oggetto o una proprietà privata reclamata da entrambe le parti”.

Poi la donna comincia a dire qualcosa. E qui ci sono Claudia Mori e Rita Pavone che hanno la meglio: la prima redarguisce l’amato e gli intima di non tornare più alle tre di notte. La seconda, stanca di stare a casa la domenica, propone di andare anche lei alla famosa partita di pallone. Ma un po’ di indipendenza no? Qui Burgazzi ci vede un’antenata anch’essa mitologica, la bella Penelope:

“la tenera madre, l’affettuosa moglie, che attende il ritorno di Ulisse dalla partita di pallone e dalla serata con gli amici”.

Quindi, anche quando parla, la donna non sembra dica parole sue. Manifesta un comportamento proiettivo, fa quello che il mondo si aspetta da lei: sta a casa senza fare niente di costruttivo (fa e disfa una certa tela…).

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Sono io che me ne vado

Appena la donna comincia a ribellarsi a questa noia si riaccende una luce sul suo comportamento: è una poco di buono. Lo vediamo coi Cugini di campagna che aspettano, tapini, mentre più aggressivo è il piglio di Nek: “Laura non c’è, è andata via, Laura non è più cosa mia.” Qui si configura chiaramente il tema del possesso. La donna è oggetto e proprietà privata, tema difficilissimo e sicuramente visione di una forma del mondo che non è adeguata a una relazione sana e costruttiva. Mai nessuno che dica: mi ha lasciato perché non svuotavo mai la lavatrice, o perché facevo il cretino con le altre. Le ragioni di lei, sempre nascoste. Resta l’immagine di un povero cristo abbandonato, che non ha più l’oggetto del suo desiderio, del suo puro amore, o semplicemente non ha più la tipa che gli piegava le mutande.

Il poeta

Se lui abbandona lei le ragioni sono altrettanto misteriose, ma mistiche. Dice Burgazzi: “se ad andarsene è lui, il perché va cercato nel destino”. Compare di solito una breve lettera di addio, uno sguardo notturno prima di andare. Gli uomini sentono un richiamo e vanno. Dove? Non si sa. E la donna lasciata nel letto? E nella lettera? Cosa c’è scritto? E le donne lasciate come si sentono? A chi importa, il problema è quanto l’uomo ha sofferto nell’andare via.

Da qui la strada per lo stalking è in discesa. In breve: il maschilismo dice che se sei mia, quando finalmente decidi di andartene, la tua decisione è illegittima e io, come uomo, proprietario dell’oggetto di cui stiamo parlando, ho tutto il diritto di arrabbiarmi, lamentarmi e romanticamente “tirare sassi alla finestra accesa/prendere a calci la tua porta chiusa”, oppure, nel peggiore dei casi, mi lamento perché la donna ha chiamato la polizia, come accade al povero Masini in Bella stronza. Lei come reagisce a queste insistenze? Apre la finestra? Dopo aver chiamato i Carabinieri si è dovuta chiudere in casa? Ha smesso di andare in palestra per paura di incontrarti? 

Non ci sono notizie.

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Conclusione 1

Ci sono due elementi che mi preme osservare dopo la lettura del libro di Burgazzi. Il primo: non si può comprendere la portata del tema del maschilismo in queste canzoni se non si sottolinea il fatto che molte tra quelle analizzate sono state trasmesse dalla Rai, ovvero dalla concessionaria del servizio pubblico italiano, proprio durante il Festival di Sanremo. Quindi la diffusione di canzoni contenenti frasi come: “Il pericolo numero uno: la donna” oppure “dicono che gli occhi fanno un uomo sincero / allora stai zitta non parlarmi nemmeno” – fino ad arrivare al pezzo a sfondo pedofilo “Hai sedici anni, ma guarda tu/Ormai io li ho passati da un po’/Ma tu mi piaci troppo però (…) Caramella alla pera, che merendera/Caramella anche alla mela, che seno a pera/Vieni a casa mia stasera/Ma vieni sola, (Caramelle, 1993, cantata da Leo Leandro) – è il frutto di un processo lungo in cui dei curatori (uomini?) hanno analizzato le canzoni e le hanno giudicate idonee per una diffusione nazionale e per tutte le fasce d’età. 

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Conclusione 2

Secondo: è giusto che si sollevi il tema con la leggerezza tipica delle canzoni (si tratta pur sempre di musica ‘leggera’) eppure abbiamo potuto rilevare come i temi che emergono sono gli stessi che – in altri ambiti – vengono trattati con più rigore: le quote rosa, lo stalking, la posizione della donna nella società, nella famiglia, il male gaze, il giudizio che pesa sulle donne quando lasciano il fidanzato, la famiglia, magari anche i figli. Questo non dimostra solo che le canzoni siano specchio della società, ma che i temi che riguardano le donne sono costantemente e pubblicamente sottovalutati se vengono trattati, ancora oggi, solo dagli uomini e con la leggerezza di due minuti di accordi, sebbene coinvolgenti. 

Gli uomini parlano per tutti…

Se si pensa, ad esempio, che il tema dell’aborto è stato trattato, a Sanremo, per la prima volta da un uomo (Nek, In te, 1993) e che il nucleo della questione era ‘donna, non ti liberare del bambino, giuro che sarò un bravo padre’, ponendo come al solito la donna nella posizione dell’oggetto di uno sguardo maschile giudicante, senza sapere nulla di quello che la donna in questione prova, si può ricavare un punto di vista illuminante sull’intera faccenda. Lo vediamo in politica, in Italia e altrove: anche quando si tratta del corpo delle donne a parlare sono sempre gli uomini. 

… le donne solo per sé stesse

Non ci va benissimo nemmeno quando a parlare sono le donne, d’altronde. Jia Tolentino ha analizzato, nel suo modo acuto e penetrante, quali siano le ombre nella vita delle donne raccontate in centinaia di libri, in un saggio intitolato “Erione pure” (contenuto nel libro Trick Mirror). Parlando di due best seller assoluti ovvero Twilight e 50 sfumature di grigio, la Tolentino afferma:

“Il romanticismo le assolve (le donne) dal dover forgiare un percorso nel futuro. Il loro futuro è stato deciso dai problemi degli uomini che amano.”

Le donne non riescono a vivere davvero per se stesse nemmeno quando si raccontano da sole, se le guardiamo agire nei prodotti culturali mainstream. D’altronde sono dovute passare attraverso anni di “Tuca Tuca” sentendosi allo stesso tempo “Così piccole e fragili”…

Ti ho detto di ridere

Quest’anno a Sanremo dovrebbero esserci alcuni omaggi alle canzoni di Little Tony, e allora mi preme chiudere questa serie di riflessioni sul libro di Burgazzi, usando gli strumenti che ci ha fornito, per riflettere su uno dei brani del cantante di Tivoli che più mi ha fatto pensare al “maschilismo orecchiabile”. La canzone è Riderà (portata nel 1966 al Cantagiro, non vincerà la competizione ma venderà un milione di copie). Nel brano si configura un tira e molla degno di due signori su un tram che si fanno i complimenti su chi deve sedersi, ma dove il sediolino, però, è una donna.

Essere un vero duro

Il protagonista della canzone, col tono dimesso ma assertivo di chi sta operando un immenso sacrificio, dice a un fantomatico altro uomo (un amico? un conoscente? un perfetto estraneo?): “perché tu, io lo so/Sei migliore di me/Perché tu le darai/Tutto quello che hai. Dunque questo martire dell’amore cede la sua donna (di proprietà, evidentemente) a un tizio, aggiungendo, a dimostrazione della sua forza morale: “Non farò niente per/Riportarla da me”. 

E lei? (chi è? Cosa ne pensa di questo scambio? È stata almeno avvertita?) naturalmente deve ridere, si divertirà un mondo e riderà perché il primo uomo l’ha fatta troppo piangere. C’è però una clausola in questo contratto: “Ma se tu l’amerai/Un po’ meno di me/Ma se tu cambierai/E un altr’uomo sarai/Ma se tu sciuperai/Quel che ho fatto per lei/Giuro che tornerò/E la riprenderò. 

Questa canzone in un colpo solo mette al suo posto non solo la donna, ma anche un altro uomo meno forte che se la prende. Io faccio quello che voglio – dice il primo uomo –  non solo con questa donna, ma anche con te che sei un uomo di poco conto se ti prendi una che in realtà non ti sceglierebbe. E lei sempre zitta, sempre muta, aspetta la sera che lui rientri, poi se si tratta del primo uomo o del secondo lei non se ne accorge nemmeno, tanto sta stirando (cantando).

Siamo nel 2021 bellezze!

Nel 2021 il tema del possesso non si è ancora risolto negli ambiti politici e sociali dove periodicamente viene ridiscusso.  La gelosia e lo stalking vengono ancora scambiati per amore, ma la musica ci dà dei segnali di vita. Uno di questi segnali proviene da Giovanni Truppi. Nella canzone Mia, anche se il protagonista non si ritiene esente a una certa forma di aggressività confusa con l’amore (“Che dopo non ho più voluto fare male a nessuna/Conquistare nessuna/proteggere nessuna”) confessa: “Lo sai ci sono persone, posti ed emozioni/Che voglio sempre con me/E allora li metto dentro le canzoni/Io sono un mago questa è la mia magia/E, vuoi o non vuoi, sei mia). Quindi, anche se nella canzone c’è un desiderio non ricambiato, il protagonista si ritira nel mondo della finzione e rivendica un possesso solo letterario, magico, perché sa – ha imparato – che nel mondo reale è tutta un’altra cosa.

Il libro di Burgazzi potete trovarlo qui.

 

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