Marina Abramović, l’amore e i muri

Il 6 e il 7 Marzo ci sarà a Modena, nel particolarissimo teatro Anatomico, una mostra su Marina Abramović (anche se non che credo sia possibile parlare di una mostra “SU”). È stata programmata da tempo, ma chissà se subirà qualche modifica a causa della scomparsa di Ulay, avvenuta due giorni fa. Ulay oltre a essere l’amore più duraturo di Marina Abramović – e anche il più tormentato, diciamolo – è stato suo compagno nelle performance per più di dodici anni.

Tutti addolorati dalla morte di Ulay, di cui conosciamo il volto più che per la sua performance di ricongiungimento con Marina che per quella del loro addio. Era un amore tossico, lo sappiamo, fatto di tradimenti, incomprensioni e meschinità. Eppure, quello per cui forse il pubblico li ha tanto amati è proprio la loro capacità di fare arte anche nella separazione e nel distacco, mentre noi poveri mortali al massimo ci diciamo qualche ora di parole orribili e la cosa più coreografica che ci può capitare è lanciare una serie di piatti. Forse vorremmo qualcosa di bello anche nel dolore per trasformarlo. E di questo Marina era esperta (sia di dolore che di trasformazione).

Tempo fa ho letto l’ autobiografia di Marina Abramović, pubblicata da Bompiani: è una storia molto bella e molto cinica di una ragazza nata nella Jugoslavia post bellica. Cresciuta in modo molto severo, abituata ben presto a sopportare il dolore fisico e quello spirituale, la Abramović cresce coltivando una certa dose di resistenza fisica e masochismo. Ha superato molti limiti fisici e psichici per essere così com’è oggi.

Come la Abramović attraversa i muri

Il libro della Abramović è una ispirazione continua per chiunque si stia apprestando a compiere un’opera d’arte di qualsiasi tipo. Secondo me sarebbe capace di far venir voglia di fare qualcosa di bello anche a chi non ha un minimo di inventiva. Tutti gli artisti però hanno qualcosa di particolarissimo che li rende davvero tali, secondo me: è che se ti danno un consiglio sull’arte puoi prendere questo consiglio e applicarlo alla vita e varrà lo stesso. O viceversa. Provate con questo qui di seguito.

(…)per raggiungere un obiettivo, devi dare tutto fino a non avere più nulla. A quel punto l’obiettivo si realizzerà da solo.

Dare tutto senza pretendere niente

E, naturalmente, tutte le volte che mi avvicino a leggere di qualcuno veramente grande, mi ritorna in mente quello che diceva David Foster Wallace sulla scrittura:

«Ho scoperto che la disciplina più difficile nella scrittura è cercare di partecipare al gioco senza lasciarsi sopraffare dall’insicurezza, dalla vanità e dall’egocentrismo. Mostrare al lettore che si è brillanti, spiritosi, pieni di talento e così via, cercare di piacere, sono cose che, anche lasciando da parte la questione dell’onestà, non hanno abbastanza calorie motivazionali per sostenere uno scrittore molto a lungo. Devi disciplinarti e imparare a dar voce solo alla parte di te che ama le cose che scrivi, che ama il testo a cui stai lavorando. Che ama e basta, forse.

Il talento è solo uno strumento. È come avere una penna che scrive invece di una che non scrive. Non sto dicendo che riesco costantemente a rimanere fedele a questi principi quando scrivo, ma mi sembra che la grossa distinzione fra grande arte e arte mediocre si nasconda nello scopo da cui è mosso il cuore di quell’arte, nei fini che si è proposta la coscienza che sta dietro il testo. Ha qualcosa a che fare con l’amore. Con la disciplina che ti permette di far parlare la parte di te che ama, invece che quella che vuole soltanto essere amata».

Quando ami lo dici a tutti, quando smetti di amare non vorresti dirlo a nessuno.

Eppure Marina e Ulay quando hanno smesso di stare insieme hanno dato un’ultima prova di questo principio: per creare un’opera d’arte hanno osato far parlare la parte di loro che ancora amava piuttosto che quella che voleva solo essere amata.

Photo by Alexandru Acea on Unsplash

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