Pomigliano Jazz Festival. Tracce di un vecchio settembre.

Estati di qualche anno fa

Ricordo che quando ero ragazzina, alla fine dell’estate, stilavo mentalmente un elenco di onesti e profondi buoni propositi per l’anno nuovo (che per me cominciava a settembre), che si aggiornavano di continuo e che iniziavano con l’acquisto del diario e finivano molto spesso con la dichiarazione che sarei andata al Pomigliano Jazz Festival. Non ci sono mai stata, se ci fossi andata forse avrei vissuto – anni dopo – un corto circuito temporale circa le sorti delle mie relazioni amorose, oppure la mia vita sarebbe stata diversa e basta.  Ma non ci sono mai andata.

È iniziato oggi il Pomigliano Jazz Festival e negli ultimi tre anni ci sono stata davvero. Inizia stasera e io sono in treno. Con i potenti mezzi che ho a disposizione – e che aveva a disposizione qualcuno sul posto – sono riuscita a vedere quasi in diretta l’inizio. Vederlo mi ha restituito l’atmosfera delle serate dal tempo incerto che si avvicendano a settembre, le serate che spingono un nuovo mattino e che poi si ripetono e che, quando sono finite, è già autunno. L’anno scorso ci sono stata quasi tutti i giorni. Ci ho lavorato e ci ho trovato gli amici, la felicità e le notti con poco sonno.

La musica e il corpo

Durante il Pomigliano Jazz Festival ho visto molti musicisti da vicino, molto vicino e ho capito che la musica è una cosa importante, perché due anni fa durante i concerti piangevo sempre. Ho visto che i musicisti usano il corpo quasi come gli atleti e che usano del corpo anche alcune parti di cui si va di solito poco orgogliosi. Un ragazzo timidissimo ha aspettato per ore un musicista sconosciuto ai più per potergli chiedere un autografo, e quando gli è arrivato vicino non è riuscito a dire una parola – né l’altro in effetti gli ha chiesto niente. Il ragazzo era un batterista, aveva le bacchette che sbucavano fuori dallo zaino e mentre aspettava si tormentava di continuo il lobo dell’orecchio destro.

E c’erano fans agguerriti in ogni angolo, nei palazzi confiscati alla camorra, stesi sul prato del Parco delle Acque, commossi e incantati sul Vesuvio. Siamo stati su una terrazza di un convento dove le suore stanno in clausura. Le loro piccole teste sbucavano da una finestra lontana e poi le ho viste applaudire e sorridere contente. Se nella clausura fosse possibile aprire uno spiraglio quello spiraglio dovrebbe far passare la musica.

Cose che ho capito

Ho visto che lavoro durissimo è quello dei tecnici, che sono i primi ad arrivare e gli ultimi ad andare via. Ho mangiato la pasta fredda in un pentolone ghiacciato una sera che avevamo molta fame e molto freddo. Era il compleanno di qualcuno o di qualcosa. Ho capito che la musica è un messaggio che viene da lontano e che quando lo ascolti con concentrazione e serietà capisci anche tutte le parole. Dopo un po’ capito anche chi mi mandava il messaggio e ho detto ok. Ho detto anche grazie. Da lì mi sono messa ad aspettare l’edizione 2016.

Qui tutte le edizioni e tutti i video.

 

 

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